DIventa scrittore condominiale al top nella tua zona: questioni di stile!

Avete presente quando un allenatore di calcio si preoccupa di formare la sua squadra con l’attenzione rivolta alla crescita delle individualità e dei calciatori (in realtà stiamo parlando di personaggi letterari ndr) che poi amalgamati nel collettivo possono sprigionare un potenziale enorme? Se sei uno scrittore condominiale sai bene che alle domande inglesi del giornalista che sono chi, cosa, dove, quando e perché se hai un personaggio definito in chiave letteratura condominiale potresti ad esempio rispondere rispettivamente Carpa Mauro, detective privato, Nocera Ombrosa frazione di Collemosso, ora nel 2019, il personaggio si specchia nell’ autore/narratore devi aggiungere l’altrettanto sesta vitale domanda criptica, COME? Questo introduce l’esigenza di sviscerare uno stile personale unico, cioè una originalità non basata per esempio su luoghi comuni, con quella che King definisci trasparenza alla base con il tuo fedele lettore, senza se e senza ma, senza paure di uscire allo scoperto. Un patto che va rispettato fino in fondo per tutelare quella che il lettore percepisce come autenticità nella tua opera. Come disse Flaubert G, qualunque cosa tu voglia esprimere, hai un solo nome per definirla, un solo verbo per darle vita, un solo aggettivo per descriverla. Parliamo quindi di modelli narrativi, ossia di quella stoffa e di quei colori che andrammo a mescolarsi con quella piega, risvolto, stiratura e bottonatura unici per quella tipologia di indumento. Lo scrittore è fondamentalmente un sarto che modella la sua materia grezza, la stoffa, da qui la necessità di saper scegliere le parole giuste che possono produrre il massimo impatto. Del resto per individualità si intende diversificazione di forme e contenuti. Se chiedessi a dieci persone diverse il significato di livore otterrei dieci descrizioni diverse, ogni intervistato interverrebbe ciascuno a suo modo e secondo le sue modalità culturali per descrivere quella che secondo lui potrebbe essere una bruttura dell’ anima. Modellare la stoffa letteraria secondo uno stile personale, senza andare incontro a facili strafalcioni (un sarto non farebbe mai tre aperture nella parte superiore per accogliere più di due arti). In fondo per descrivere un parola come livore potrei dire che siamo di fronte a qualcosa di poco nobile ed edificante per lo spirito, semplificato a qualcosa di non bello, oppure a qualcosa di malvagio o di velenoso, oppure ancora siamo incappati in qualcosa di cattivissimo e feroce o verso una immagine di tipo lunare per entrare nel mondo delle rappresentazioni visive delle immagine, che hanno il potere di aprirci traslazioni nuove superiori. Come dice Dante il tanto gentile e tanto onesta pare, rimanda alla parola bellezza per esempio, senza mai menzionarla: è sicuramente una manovra da superGM che caratterizza una certa eleganza e stile. Certo livore vuol dire tutto e vuol dire niente, ci sono uno, dieci, cento significati diversi che potrebbe caratterizzare nelle sue declinazioni sfumate il livore. Il contenuto ha un’ anima e le parole stilizzate in un certo modo finiscono per riempire quell’ involucro esterno. Quando lo stile è insufficiente rispetto al contenuto si crea un problema con l’interlocutore/lettore. Che cosa viene detto o come viene detto? In ogni caso non ce lo ha obbligato il medico di descrivere una scena nell’ unico modo possibile, se non smuove nulla, è possibile anche modificare il punto di vista e la prospettiva per creare altre scene più performanti. Come layer in un programma di fotoritocco, posso sovrapporre a quel contenuto vari filtri o lenti, tipo versione oggettiva, o versione drammatica, o anche la versione umoristica, o anche quella romantica. Facciamo un esempio pratico con Mauro Carpa detective che ha appena identificato nella graziosa interlocutrice che ha di fronte, la responsabile di un clamoroso furto del grifone di giada. Mauto Carpa spiega perchè la fanciulla si è resa partecipe di un crimine così efferato con tanto di catena causa ed effetto ma non ha il tempo di metterla al guinzaglio perché lei nel frattempo libera una calibro nove dalla borsetta con un gesto fulmineo. Mauro Carpa non sembra affatto preoccupato, quella mossa è stata abbondantemente prevista, altrimenti non sarebbe un cm nel gioco degli scacchi a tavolino. Dà l’impressione di controllare la situazione con una certa sicurezza. Visione drammatica: lei si accorse che qualcosa non quadrava. Il detective era troppo tranquillo per temere di essere soppresso con un colpo a bruciapelo, allora insicura incominciò a guardarsi intorno ma gli fu fatale…oppure filtro OGGETTIVO: la ragazza adesso non dimostrava più i suoi trenta di età anagrafica, ma era invecchiata di colpo di una cinquantina di anni. I muscoli del viso erano tirati come le corde di uno scalatore e il suo sguardo non brillava più di vitalità solare…persino la mano gli tremava e questo gli fu fatale…o anche filtro UMORISTICO: lei tuonò quello che lui voleva sentirsi dire: spogliati adesso! Carpa aveva appena acquistato i biglietti del treno per assecondare la fuga della sua investigata ma già che c’era prima voleva concedersi qualche passatempo, lei cedette sull’ impugnatura e questo le fu fatale, si ritrovò serrata a terra da un amante focoso….oppure con maggiore ROMANTICISMO: Carpa capì che dietro quello sguardo cattivo in realtà c’erano solo le frsutrazioni di una donna tradita e quindi senza temere l’arma si avvicinò alla criminale e la baciò, prima di serrarle i polsi con le manette con un gesto veloce…in questo modo con vari filtri applicati si può anche vedere meglio dove il tutto funziona di più, perchè lo scrittore fa delle promesse narrative al lettore con tanto di firma che deve mantenere! Ogni momento può essere visto in molti COME? diversi. Analizziamo adesso lo stile visto da grandi scrittori. Arthur Schopenhauer nella sua visione “Il mondo è una mia rappresentazione” sintetizza che lo stile è la fisionomia dello spirito, una sorta di stampo che rivela il carattere formale di tutti i pensieri di un uomo, che non subisce modificazioni nel tempo ma è coerente a se stesso. Proust parla di pittori e definisce lo stile come il colore. Secondo Anne Porter un personaggio non può crescere senza stile, entrambi devono andare avanti parallelamente. Secondo Evelyn Waugh lo stile è una caratteristica universale dell’ opera d’arte in generale e parla di eleganza, individualità e lucidità; per Goethe tutte le figure tangibili fisiche riconoscibili hanno uno stile; Per GLBuffon lo stile è l’ordine e il movimento che si mette nei propri pensieri e infine secondo Lewis Sinclair lo stile esprime le proprie sensazioni sulla base del sentire legato a un vocabolario adeguato per esprimerlo. La questione è molto complessa, ma di fatto chiunque letterato condominiale che vuole restare al top nel proprio palazzo non può esimersi da metterci l’anima nelle sue opere immortali. Ad esempio se prendi Marquez ti accordi subito che nei suoi scritti emerge una vision unica e inconfondibile, appunto lo stile, ecco uno dei suoi famosi incipit trato da cento anni di solitudine:

Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendìa si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio. Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per ci-tarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni, verso il mese di marzo, una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manife-stazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l’ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia. Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto, e i legni scric-chiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi, e perfino gli oggetti perduti da molto tempo ricomparivano dove pur erano stati lungamente cercati, e si tra-scinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades. “Le cose hanno vita pro-pria,” proclamava lo zingaro con aspro accento, “si tratta soltanto di risvegliargli l’anima.” José Arcadio Buendìa, la cui smisurata immaginazione andava sempre più lontano dell’ingegno della natura, eancora più in là del miracolo e della magia, pensò che era possibile servirsi di quella in-venzione inutile per sviscerare l’oro della terra. Melquìades, che era un uomo onesto, lo preven-ne: “Per quello non serve.” Ma a quel tempo José Arcadio Buendìa non credeva nell’onestà degli zingari, e così barattò il suo mulo e una partita di capri coi due lingotti calamitati.

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